Il libro “incriminato”

 

MA QUALE GUERRA CIVILE!

Un altro eminente studioso ha “solonizzato” sul cosiddetto brigantaggio con una recente pubblicazione che definisce quel fenomeno dell’Ottocento come la prima guerra civile italiana. Di regola i cattedratici dovrebbero essere precisi ma, quando si tratta di mistificare eventi risorgimentali, tutto è permesso per salvare il salvabile. I maggiori dizionari definiscono guerra civile come  un conflitto combattuto all’interno di uno stesso stato fra opposte fazioni o tra formazioni armate ribelli e forze governative. Ebbene ciò non è assolutamente applicabile alla sanguinosissima lotta che devastò la popolazione delle Due Sicilie dopo l’invasione garibaldesco-sabauda. Infatti la reazione popolare cominciò immediatamente in Sicilia dopo la presa di potere di Garibaldi  nella primavera del 1860, ossia con il legittimo governo delle Due Sicilie a Napoli e a causa di una spedizione armata di avventurieri di varia nazionalità, non rivendicata da nessuno stato dell’epoca. Nell’estate dello stesso anno la ritirata dell’esercito nazionale duosiciliano nell’estremo nord del paese consegnò   la capitale al filibustiere nizzardo facendo divampare anche sul continente napolitano l’insorgenza della legittima difesa della Patria, quando ancora esisteva il governo delle Due Sicilie a Gaeta e sempre nessun legame ufficiale con nazioni straniere. L’irregolare proclamazione nel marzo 1861 del Regno d’Italia, con annessione dei territori duosiciliani in resistenza armata, fu condannata dal diritto internazionale e dall’usurpato re Francesco II di Borbone ma non ebbe seguito giudiziale per la potenza massonica che curava la regia di questa infame svolta della storia. Però la guerra nelle province napolitane e siciliane proseguì imperterrita per oltre dieci anni, con le medesime modalità precedenti ma con progressiva perdita di efficacia per la feroce repressione degli usurpatori del trono sebezio, sostenuti dalle grandi potenze del tempo finalmente in maniera palese.

In conclusione, ma quale conflitto combattuto in uno stato condiviso? Esso era iniziato quando questo stato non era nato e la sua continuazione dopo l’infausta nascita non giustifica assolutamente la sua condivisione! Ed ancora, ma quale lotta tra armate ribelli e forze governative? Al tempo di Garibaldi c’era solo un’occupazione banditesca, cioè di individui senza legittimazione, che non può definirsi governativa e tanto meno si possono tacciare i patrioti insorgenti come ribelli!

Ma quale guerra civile! Qui si vuole realizzare un altro travisamento dei fatti con quell’ideologia capace di schiavizzare il sud Italia e allevare i suoi figli come veri zombi per quel che concerne la conoscenza della storia dei loro avi. Secondo i fautori di questa ulteriore infamia culturale il popolo meridionale  si oppose al nuovo governo per svariate ragioni, tutte nate dopo la mala unità, come la crisi economica,  o allora scoperte, come la nostalgia del passato regime. Erano italiani contro italiani che anelavano a una comune nazione di migliore qualità.

Non fu mai così! Erano duosiciliani che combattevano piemontesi, lombardi, toscani, emiliani, veneti e mercenari d’oltralpe scesi dal nord per ucciderli e depredarli! Non erano briganti, come piace alla propaganda neogiacobina per denigrarli tra gli utili idioti.  Erano eroi purissimi che non si arresero mai di fronte alla morte; eroi che pugnarono contro quasi quattrocentomila nemici, secondo i dati del dicastero della guerra sabaudo,  e quindi perirono in molte centinaia di migliaia con numeri prossimi a quelli tanto criticati dagli storici “benscriventi”; eroi sopravvissuti che preferirono emigrare piuttosto che servire i nuovi spietati padroni.

Ma quale guerra civile, fu guerra per la liberazione delle Due Sicilie senza quartiere e senza tempo perché troppi e determinati duosiciliani sono ancora qui a combatterla, e si vantano di riappellarsi briganti, per il trionfo della giustizia e l’ignominia dei reprobi di ieri, di oggi, di sempre…

Vincenzo Gulì