IL NAPOLI CALCIO A UNA SVOLTA: CRESCERE O REGREDIRE

Il deludente pareggio tra Napoli e Milan fa venire in mente alcune considerazioni che non mi sembra siano state fatte dalla critica sportiva.

Iniziamo dai gol che prende la difesa azzurra. Con il Milan il primo è scaturito da un tiro dell’attaccante avversario  lasciato indisturbato al limite dell’area di rigore. Eppure era circondato da giocatori azzurri e ci ha messo per tirare il tempo giusto per essere raggiunto da qualcuno di essi (specialmente Dzemaili che era a due metri alle sue spalle) per il dovuto contrasto, magari anche falloso.  Invece niente. Tutti sono stati a guardare il pallone nel sacco con una sufficienza almeno disarmante. Veniamo al secondo gol che ha tolto due punti fondamentali al Napoli. Una squadra che vince per una rete di scarto, nell’ultimo quarto d’ora, non deve assolutamente prestare il fianco al contropiede avversario. La concentrazione (come purtroppo già visto nella precedente brutta figura con il Torino) deve essere altissima mentre si avvicina la fine e non si può giocare come se mancasse un’ora al fischio finale nel tentativo di segnare ancora, con molti uomini fuori condizione o stanchi. Meglio aspettare la squadra avversa compatti e vigili. Come avrebbe potuto, in tal caso, il  solito el Shaarawi marcare il pareggio tutto solo con delle belle statuite attorno a lui che l’hanno notato solo quando è entrato in area? Come può il suo marcatore “dimenticarsi” del capocannoniere della A a una manciata di minuti dalla fine? La spiegazione è che è si poco concentrati, soprattutto nel finale, perché non si trovano motivazioni valide per esserlo. La faccia alquanto distesa dei “colpevoli” nel dopo partita la dice lunga sulla loro delusione. Per essi il Napoli  è sempre in alta classifica e bisogna comunque complimentarsi, magari rispolverando il trito concetto di dove si trovava la squadra 8 anni fa.

Da dove dovrebbero provenire le giuste motivazioni? Dai programmi societari? Ma né ufficialmente, né nei comportamenti i dirigenti partenopei hanno mai indicato alti obiettivi da perseguire con tutte le forze. Semplicemente perché essi sono i primi a non utilizzare “tutte le forze”.  Ciò diventa un esempio automatico per i calciatori, già abbastanza mortificati dall’economia all’osso del management aziendale.

Da quest’ultima ragione viene un’altra considerazione. La strategia contrattuale volta a risparmiare ha fatto stilare degli accordi particolari in cui guadagna di più chi più gioca. Come in tute le maestranze, anche tra i calciatori si è delineato una sorta di comitato interno di gerarchie con lo scopo di distribuire le risorse rispettando il più che possibile l’anzianità di squadra. Solo così si spiegano certe sostituzioni, tecniche o per infortunio, che fanno apparire i vari Aronica e Dossena appena qualche “titolarissimo” cede, con automatica riprovazione dei vari  Britos e Mesto. Come se tutto ciò fosse obbligatorio e non esistessero finanche diverse soluzioni tattiche. Mazzarri spesso è criticato per i cambi sbagliati; ma la precedente motivazione incastra e chiarisce parecchio il suo operato. Altro grosso equivoco è il “duello” Mazzarri-Società. E’ notorio che il tecnico desiderava giocatori più importanti per far decollare finalmente il Napoli; è parimenti notorio che quella politica sparagnina imposta dal presidente lo ha inibito facendo perdere negli ultimissima anni pezzi importanti come Lavezzi, Gargano, Denis, Cigarini, Quagliarella e sostituendoli con i vari Vargas, Donadel, Lucarelli che hanno quasi lasciato intatto il buco nell’organico con obiettivo indebolimento della squadra. Non volendo rompere apertamente, Mazzarri ha fatto buon viso e cattivo gioco, mandando di tanto in tanto messaggi non troppo cifrati. Ecco l’accanimento del turn over esasperato o la continua sceneggiata di mettere Vargas negli ultimissimi minuti delle gare già andate male. Morale: questo passa il convento!

Ma quelle motivazioni potrebbero anche discendere dall’orgoglio di giocare al San Paolo di fronte ai Napoletani. Capire quindi che cosa rappresenta il Napoli per i Napoletani in generale e parte dei meridionali in generale. Il discorso si complica sia per l’ignoranza degli addetti sia per i messaggi che non gli arrivano.

Conclusione di questo discorso: difensori svagati da stimolare continuamente in settimana e dalla panchina. Ciò probabilmente avviene senza molto successo. Le migliori sollecitazioni potrebbero venire molto più efficacemente da un giocatore carismatico in mezzo al campo, che al Napoli clamorosamente e pervicacemente manca.

Con società e squadra che non avvertono quanto detto, il futuro sarà ancora gravido di delusioni, con incredibili sconfitte fuori casa  o cocenti perdite di punti in casa quando le cose non girano bene e non si quella marcia in più per raddrizzare un tiro che sfiora il bersaglio, un arbitro (normalmente) ostile, un avversario fortunato.

E’ appena il caso di accennare che il grande Napoli di Maradona vinse proprio perché non aveva i difetti di questo Napoli potendo schierare il più grande giocatore di tutti i tempi come riferimento per tutti i compagni e sprone persino alla società. Quindi tutti i calciatori avevano la massima determinazione ricevendo prima, durante e dopo le partite le opportune motivazioni.

Diversamente non si vince. A meno che non si appartiene alla triade delle squadre settentrionali che hanno vinto quasi tutti gli scudetti per cause a noi negate: aiuto degli arbitri, connivenza del Palazzo, pastette con le squadre inferiori. Quando si dice che uno scudetto vinto al di fuori dell’asse Torino-Milano (con rarissime eccezioni) vale almeno dieci volte tanto, ci si riferisce proprio a questa verità storica.

Pensiero finale: finché la proprietà del calcio Napoli non cambierà politica gestionale sarà quasi impossibile vincere. Occorre  ingaggiare un top-player capace di guidare la squadra in campo e mutare la politica delle retribuzioni con il rispetto delle consuetudini del mercato e il privilegio della meritocrazia senza preconfezionate e letali gerarchie. Perché quel “quasi”? perché tra giocatori, squadra e Palazzo c’è un’altra componente da rimarcare: i tifosi. Il loro potere dalle nostre parti attualmente consiste in un enorme attaccamento alla maglia che induce, con grossi sacrifici, migliaia di persone a partecipare anche in trasferta. Ma il vero supporto che cambia le partite è raro e riguarda soprattutto i grossi eventi, ciò anche a causa della conformazione del San Paolo che sta per rimanere lo stadio italiano con maggiore distanza tra giocatori e pubblico.

Qui bisognerebbe convincere quanti non si adeguano ai suggerimenti sopra adombrati. Se il Napoli non crescerà ineluttabilmente regredirà con conseguenze gravi, soprattutto per la passione di milioni di tifosi in tutto il mondo e spreco consequenziale di grandi opportunità di ogni genere.

In che modo i tifosi debbono muoversi? Il modo si troverà, una volta chiariti e uniti i propositi dei rappresentanti del tifo azzurro. Questo è quello che si può fare subito per il bene del Napoli, che poi è il bene di Napoli…

V.G.