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GIUSTIZIA TARTARA PER PONTELANDOLFO E CASALDUNI

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GIUSTIZIA TARTARA PER PONTELANDOLFO E CASALDUNI

Era l’estate del 1861 e nella zona di Pontelandolfo si era stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei collaborazionisti locali. Le assurde disposizioni circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferivano la macchia, con enormi stenti e rischi,  al nuovo spietato padrone. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone, il clero, specie tramite l’arciprete Don Epifanio Di Gregorio, manteneva contatti tra esso e gli attivisti borbonici,  infondendo la speranza di un domani migliore con il prossimo ritorno di Re Francesco. Spontaneamente ci si organizzava attorno ai patrioti che stazionavano sui monti per cacciare i liberali, dissacratori e saccheggiatori di chiese e persone. il 2 agosto, il brigante Gennaro Rinaldi detto Sticco, si presenta al sindaco di Pontelandolfo Melchiorre con una lettera ricattatoria su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Fra’ Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati (circa € 90.ooo) , due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Il sindaco chiama subito il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari che il 3 cominciano a razziare le case dei pontelandolfesi e anche la chiesa di San Rocco, divenuta sede per lo gozzoviglie dei barbari con il tricolore. Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne circostanti brulicavano di partigiani. Come abitudine, si accendevano tantissimi fuochi  ben visibili nel centro abitato per dare coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali. Infatti De Marco se ne scappa precipitosamente. Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiungono al galoppo l’accampamento sul Matese del capobanda Cosimo Giordano per invitarlo in paese e ringraziare il Signore in chiesa per la liberazione del paese. Lì si celebrava la festa di San Donato con relativa fiera. Il 7 giungono i briganti che sono accolti nel tripudio popolare. Praticamente tutti gli abitanti seguono i borbonici per disarmare l’esiguo corpo di guardia e distruggere, more solito, gli archivi comunali con gli invisi simboli della schiavitù: dai ritratti di V.Emanuele e Garibaldi alle bandiere tricolori. Alcuni traditori sono passati per le armi per la vendetta di una popolazione stanca delle vessazioni di un anno di giogo straniero. Frattanto molti guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, vanno ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie. Pontelandolfo diventa il centro della reazione borbonica nel Sannio e sede provvisoria del ristabilito governo borbonico la cui bandiera sventola sul palazzo comunale. Il 9 agosto i briganti tendono un agguato alla carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra, cioè il rimborso ai piemontesi delle spese sostenute per renderli schiavi!.  I soldi sequestrati vengono distribuiti alle famiglie più povere. I muri delle case sono tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta, come il proclama del Comandante in Capo Chiavone. La frizzante aria di libertà che spirava nella zona fa concentrare l’attenzione degli insorti sul reparto del ten. Augusto Bracci che da mesi angariava i contadini con violenze di ogni sorta; un disgraziato fu addirittura sepolto vivo per non aver voluto gridare “Viva Vittorio Emanuele!”. Bracci con una cinquantina di soldati è  sorpreso il giorno 11 all’entrata di Pontelandolfo dai briganti e, dopo una breve sparatoria, si arrende. Per una migliore custodia i prigionieri, circa quaranta,  sono inviati a Casalduni. La notizia della cattura di Bracci e dei suoi criminali di guerra si sparge velocemente. La punizione per le loro malefatte diventa il desiderio irrefrenabile della popolazione. Nei pressi del paese una moltitudine di casaldunesi, soprattutto donne, assaltano la colonna e massacrano senza pietà tutti i piemontesi. Il cadavere di Bracci è decapitato e la sua testa portata in giro. come macabro trofeo, nei luoghi che avevano vista le sue gesta criminali. I corpi degli giustiziati sono appesi a dei costoni di roccia tra Casalduni e Pontelandolfo, quale terribile monito al nemico. Su ordine diretto del Generale Cialdini il 13 agosto parte da Benevento, per stroncare la ribellione nel Sannio,  una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e la profanazione di abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di quasi mille bersaglieri assetati di sangue, anche per l’annientamento degli uomini di Bracci, con ordini precisi di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra,  con lo sterminio di tutti i maschi, potenziali briganti”. All’alba del 14 agosto marcia verso Pontelandolfo il battaglione del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, con in testa il garibaldino del luogo De Marco e altri liberali pure del posto a far da guida. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si dirige a Casalduni al comando del maggiore milanese  Melegari. Gli uomini di Cosimo Giordano bivaccavano a circa un chilometro da Pontelandolfo, nella selva presso la località Marziello. Avvertiti dai pastori, si  appostano per tendere un agguato ai piemontesi, ma sono solo una  cinquantina. Una scarica di pallottole si abbatte sui bersaglieri che, nell’incerta luce dell’aurora,  si scompaginano. Il terrore li pervade ma la disparità di forze convince in breve Giordano ad abbandonare la lotta.  Il colonnello Negri, anziché inseguire i briganti, preferisce (come facevano gli altri comandanti sabaudi) comporre le salme e proseguire la marcia verso Pontelandolfo per la rappresaglia indiscriminata. Sono appena le 4 del mattino e il paese è silenzioso perché tutti stanno dormendo. Il traditore De Marco entra per primo  ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Poi si scatena l’inferno. Pontelandolfo da tre lati è su un dirupo praticamente inaccessibile ed è collegato da un unico stradone alla valle. Tenendo sotto tiro lo stradone i bersaglieri si lanciano come furie tra le vie  seminando violenza e terrore. Gli usci sono sfondati per cercare bottino con l’uccisione immediata dei resistenti. Ma la furia omicida dei bersaglieri  non rispetta nemmeno le virtuali consegne: le donne piacenti sono oggetto di stupro prima di essere ammazzate, come avviene per tanti  vecchi,  malati, addirittura bambini. Quei pochi che riescono a scappare sono fulminati sullo stradone se sfuggono alle baionette dei novelli lanzichenecchi. Anche le chiese sono profanate e saccheggiate. Poi viene appiccato il fuoco a tutto l’abitato. Di Pontelandolfo non resta una casa in piedi con l’eccezione di quelle dei liberali. Nonostante  le menzogne preventive (uccidere solo gli uomini) e successive (solo qualche centinaio di morti) dei predatori piemontesi il vero resoconto della barbarie si compone da solo: i maschi capaci di resistere sui quasi 5000 abitanti erano un migliaio; aggiungendo qualche centinaio di donne, vecchi e bambini si arriva a cifre dieci volte superiori a quelle ufficiali. Da notare che, negli anni successivi, i cittadini  di Pontelandolfo che risiedevano  da varie generazioni erano una sparuta minoranza, ulteriore prova della carneficina effettuata. Lo sterminio fu, quindi,  spaventosamente grande e occultato ad arte per celare la ferocia dei colonizzatori tricolori. In tal modo fu possibile encomiare il comandante Negri che divenne nominato conte, invece di passare per il tribunale internazionale dei criminali di guerra! E’ significativo il racconto della strage fatta da un bersagliere  di Delebio (SO) Carlo Margolfo. Egli, come tanti lombardi sin dai tempi delle invasioni francesi, aveva seguito l’esercito sabaudo che, senza dichiarazione di guerra, aveva varcato i confini del Regno delle Due Sicilie. Per sua fortuna era uscito indenne dalla partecipazione praticamente a tutti i combattimenti: prima contro i Regi borbonici a Gaeta e Messina, poi contro i civili nella repressione  del brigantaggio. Il suo diario recita per Pontelandolfo: “Al mattino del mercoledì, giorno 14,  riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli,  le donne e gli infermi,  ed incendiarlo(…)  Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da 4.500 abitanti. Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore”. Casalduni subisce analogo martirio, senza essere stata riconosciuta come la causa scatenante la ferocia estrema dei sabaudi con l’uccisione del reparto di Bracci . I morti furono certamente inferiori perché era stato dato l’allarme per l’arrivo dei piemontesi con fuga di molti cittadini. Il saccheggio e l’eccidio nei due paesi durano l’intera giornata di quell’infausto 14 agosto 1861; l’incendio veniva alimentato continuamente grazie alle fascine razziate in tutte le masserie del circondario. Per i circa 50 stranieri uccisi a furor di popolo si può ragionevolmente paragonare la cifra di 1500 i sanniti trucidati nell’orrenda rappresaglia. Un rapporto di 30 a 1 che la dice assai lunga sul grado di ferocia dei sabaudi pensando ai famigerati nazisti che si fermeranno a 10 a 1! Dopo ore di stragi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz  fa suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirano. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si dirigono verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggeranno tutto il bottino sacro profanato. Il dispaccio del criminale Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recita laconicamente: “Ieri all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

Vincenzo Gulì

 

Nel 2011, ai 150 anni della strage, vi fu una retorica cerimonia tricolorata che avrebbe voluto rabbonire quelli che sanno la storia. Un gruppo di attivisti neo borbonici sfidò la piazza con le bandiere duosiciliane ” ‘ntussecanno ‘a festa” di Amato & c.

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220° DELLA CONTRORIVOLUZIONE NAPOLITANA

 

 

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CASALDUNI: RIEVOCAZIONE MASSACRO DI 153 ANNI FA

Spostata per motivi di forza maggiore dalla consueta data di luglio, si svolgerà sabato 13 settembre l’annuale manifestazione a Casalduni (prov. del Molise, attualmente di Benevento) in ricordo dell’eccidio e dell’incendio del 14 agosto 1861 che distrusse anche la vicina Pontelandolfo. Un convegno pomeridiano all’Auditorium, ore 18, con interventi di P. Aprile, R. Vescera, V. Gulì. A seguire la fiera locale e, alle 21, la tradizionale battaglia tra briganti e bersaglieri, commentata dallo storico Vincenzo Gulì. Un appuntamento assolutamente da non perdere per chi non c’è mai stato e da rivedere per gli appassionati di storia e di cultura delle Due Sicilie. Un’ampia sintesi degli avvenimenti tragici di quei giorni nel documento allegato.

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  Grandissimo successo della puntuale rievocazione annuale del massacro di Casalduni e Pontelandolfo tenutasi nella prima cittadina sabato 13 settembre 2014. Un pubblico entusiasta ha gremito l’Auditorium comunale nella conferenza introduttiva con P.Aprile, R.Vescera, V.Gulì, M.Esposito dimostrando voglia di sapere, per la massima attenzione prestata,  e di costruire, come dimostra l’ovazione che ha raccolto la parola Indipendenza lanciata nella sala dal parlamentare delle Due Sicilie A. d’Esposito. Assai significativa la presenza, finalmente congiunta, dei sindaci delle due città martiri dei bersaglieri che il prof. Gulì ha associato nella tutela del nostro passato e quindi del futuro, cercando di smussare, con fonti storiche, l’annosa ruggine post-unitaria tra le due comunità. Invece, come ha ribadito anche Aprile, esse devono diventare il punto di riferimento per la riabilitazione della memoria storica dell’attuale meridione. A seguire l’attesissima rappresentazione storica in piazza con il commento del prof. Gulì alla presenza di molti componenti del P2S.  Quest’anno c’è stata una fortissima empatia tra figuranti e pubblico che ha inveito continuamente contro i soldati ricolorati, in uno sventolio di bandiere borboniche, simbolo delle Due Sicilie. Non una bandiera italiana, se non quelle inerti impalate dal comune, né una disapprovazione al trionfo del brigante, come ripetutamente ha ricordato il commentatore. I tempi sono maturi per il nostro riscatto, perché nemmeno il nemico ha più la voglia e la forza per contrastarci…

Foto della conferenza

 

Foto della rievocazione

Video della rievocazione

GIUSTIZIA TARTARA PER PONTELANDOLFO E CASALDUNI

Era l’estate del 1861 e nella zona di Pontelandolfo si era stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei collaborazionisti locali. Le assurde disposizioni circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferivano la macchia, con enormi stenti e rischi,  al nuovo spietato padrone. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone, il clero, specie tramite l’arciprete Don Epifanio Di Gregorio, manteneva contatti tra esso e gli attivisti borbonici,  infondendo la speranza di un domani migliore con il prossimo ritorno di Re Francesco. Spontaneamente ci si organizzava attorno ai patrioti che stazionavano sui monti per cacciare i liberali, dissacratori e saccheggiatori di chiese e persone. il 2 agosto, il brigante Gennaro Rinaldi detto Sticco, si presenta al sindaco di Pontelandolfo Melchiorre con una lettera ricattatoria su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Fra’ Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati (circa € 90.ooo) , due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Il sindaco chiama subito il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari che il 3 cominciano a razziare le case dei pontelandolfesi e anche la chiesa di San Rocco, divenuta sede per lo gozzoviglie dei barbari con il tricolore. Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne circostanti brulicavano di partigiani. Come abitudine, si accendevano tantissimi fuochi  ben visibili nel centro abitato per dare coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali. Infatti De Marco se ne scappa precipitosamente. Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiungono al galoppo l’accampamento sul Matese del capobanda Cosimo Giordano per invitarlo in paese e ringraziare il Signore in chiesa per la liberazione del paese. Lì si celebrava la festa di San Donato con relativa fiera. Il 7 giungono i briganti che sono accolti nel tripudio popolare. Praticamente tutti gli abitanti seguono i borbonici per disarmare l’esiguo corpo di guardia e distruggere, more solito, gli archivi comunali con gli invisi simboli della schiavitù: dai ritratti di V.Emanuele e Garibaldi alle bandiere tricolori. Alcuni traditori sono passati per le armi per la vendetta di una popolazione stanca delle vessazioni di un anno di giogo straniero. Frattanto molti guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, vanno ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie. Pontelandolfo diventa il centro della reazione borbonica nel Sannio e sede provvisoria del ristabilito governo borbonico la cui bandiera sventola sul palazzo comunale. Il 9 agosto i briganti tendono un agguato alla carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra, cioè il rimborso ai piemontesi delle spese sostenute per renderli schiavi!.  I soldi sequestrati vengono distribuiti alle famiglie più povere. I muri delle case sono tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta, come il proclama del Comandante in Capo Chiavone. La frizzante aria di libertà che spirava nella zona fa concentrare l’attenzione degli insorti sul reparto del ten. Augusto Bracci che da mesi angariava i contadini con violenze di ogni sorta; un disgraziato fu addirittura sepolto vivo per non aver voluto gridare “Viva Vittorio Emanuele!”. Bracci con una cinquantina di soldati è  sorpreso il giorno 11 all’entrata di Pontelandolfo dai briganti e, dopo una breve sparatoria, si arrende. Per una migliore custodia i prigionieri, circa quaranta,  sono inviati a Casalduni. La notizia della cattura di Bracci e dei suoi criminali di guerra si sparge velocemente. La punizione per le loro malefatte diventa il desiderio irrefrenabile della popolazione. Nei pressi del paese una moltitudine di casaldunesi, soprattutto donne, assaltano la colonna e massacrano senza pietà tutti i piemontesi. Il cadavere di Bracci è decapitato e la sua testa portata in giro. come macabro trofeo, nei luoghi che avevano vista le sue gesta criminali. I corpi degli giustiziati sono appesi a dei costoni di roccia tra Casalduni e Pontelandolfo, quale terribile monito al nemico. Su ordine diretto del Generale Cialdini il 13 agosto parte da Benevento, per stroncare la ribellione nel Sannio,  una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e la profanazione di abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di quasi mille bersaglieri assetati di sangue, anche per l’annientamento degli uomini di Bracci, con ordini precisi di Cialdini: “di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra,  con lo sterminio di tutti i maschi, potenziali briganti”. All’alba del 14 agosto marcia verso Pontelandolfo il battaglione del colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, con in testa il garibaldino del luogo De Marco e altri liberali pure del posto a far da guida. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si dirige a Casalduni al comando del maggiore milanese  Melegari. Gli uomini di Cosimo Giordano bivaccavano a circa un chilometro da Pontelandolfo, nella selva presso la località Marziello. Avvertiti dai pastori, si  appostano per tendere un agguato ai piemontesi, ma sono solo una  cinquantina. Una scarica di pallottole si abbatte sui bersaglieri che, nell’incerta luce dell’aurora,  si scompaginano. Il terrore li pervade ma la disparità di forze convince in breve Giordano ad abbandonare la lotta.  Il colonnello Negri, anziché inseguire i briganti, preferisce (come facevano gli altri comandanti sabaudi) comporre le salme e proseguire la marcia verso Pontelandolfo per la rappresaglia indiscriminata. Sono appena le 4 del mattino e il paese è silenzioso perché tutti stanno dormendo. Il traditore De Marco entra per primo  ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Poi si scatena l’inferno. Pontelandolfo da tre lati è su un dirupo praticamente inaccessibile ed è collegato da un unico stradone alla valle. Tenendo sotto tiro lo stradone i bersaglieri si lanciano come furie tra le vie  seminando violenza e terrore. Gli usci sono sfondati per cercare bottino con l’uccisione immediata dei resistenti. Ma la furia omicida dei bersaglieri  non rispetta nemmeno le virtuali consegne: le donne piacenti sono oggetto di stupro prima di essere ammazzate, come avviene per tanti  vecchi,  malati, addirittura bambini. Quei pochi che riescono a scappare sono fulminati sullo stradone se sfuggono alle baionette dei novelli lanzichenecchi. Anche le chiese sono profanate e saccheggiate. Poi viene appiccato il fuoco a tutto l’abitato. Di Pontelandolfo non resta una casa in piedi con l’eccezione di quelle dei liberali. Nonostante  le menzogne preventive (uccidere solo gli uomini) e successive (solo qualche centinaio di morti) dei predatori piemontesi il vero resoconto della barbarie si compone da solo: i maschi capaci di resistere sui quasi 5000 abitanti erano un migliaio; aggiungendo qualche centinaio di donne, vecchi e bambini si arriva a cifre dieci volte superiori a quelle ufficiali. Da notare che, negli anni successivi, i cittadini  di Pontelandolfo che risiedevano  da varie generazioni erano una sparuta minoranza, ulteriore prova della carneficina effettuata. Lo sterminio fu, quindi,  spaventosamente grande e occultato ad arte per celare la ferocia dei colonizzatori tricolori. In tal modo fu possibile encomiare il comandante Negri che divenne nominato conte, invece di passare per il tribunale internazionale dei criminali di guerra! E’ significativo il racconto della strage fatta da un bersagliere  di Delebio (SO) Carlo Margolfo. Egli, come tanti lombardi sin dai tempi delle invasioni francesi, aveva seguito l’esercito sabaudo che, senza dichiarazione di guerra, aveva varcato i confini del Regno delle Due Sicilie. Per sua fortuna era uscito indenne dalla partecipazione praticamente a tutti i combattimenti: prima contro i Regi borbonici a Gaeta e Messina, poi contro i civili nella repressione  del brigantaggio. Il suo diario recita per Pontelandolfo: “Al mattino del mercoledì, giorno 14,  riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli,  le donne e gli infermi,  ed incendiarlo(…)  Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da 4.500 abitanti. Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore”. Casalduni subisce analogo martirio, senza essere stata riconosciuta come la causa scatenante la ferocia estrema dei sabaudi con l’uccisione del reparto di Bracci . I morti furono certamente inferiori perché era stato dato l’allarme per l’arrivo dei piemontesi con fuga di molti cittadini. Il saccheggio e l’eccidio nei due paesi durano l’intera giornata di quell’infausto 14 agosto 1861; l’incendio veniva alimentato continuamente grazie alle fascine razziate in tutte le masserie del circondario. Per i circa 50 stranieri uccisi a furor di popolo si può ragionevolmente paragonare la cifra di 1500 i sanniti trucidati nell’orrenda rappresaglia. Un rapporto di 30 a 1 che la dice assai lunga sul grado di ferocia dei sabaudi pensando ai famigerati nazisti che si fermeranno a 10 a 1! Dopo ore di stragi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz  fa suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirano. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si dirigono verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggeranno tutto il bottino sacro profanato. Il dispaccio del criminale Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recita laconicamente: “Ieri all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.   Vincenzo Gulì