220° DELLA CONTRORIVOLUZIONE NAPOLITANA

 

 

Cade quest’anno il 220°anniversario della controrivoluzione napolitana, autentica svolta nella storia dell’umanità perché rappresenta la sconfitta più scottante della Rivoluzione partita dalla Francia, su ispirazione massonica, con il fine di sottomettere il mondo. La sua memoria è più viva nei perdenti che, purtroppo, nei vincitori in maniera che ancor oggi quel popolo fiero e indomito è reputato assai pernicioso, reo di opporsi al progressismo e al modernismo rivoluzionari ed oggetto di rappresaglie di qualsiasi tipo per annichilirlo definitivamente.

Ripercorriamo alcuni tratti delle vicende storiche di quel 1799 nel Regno di Napoli per tenerne vivo il ricordo nei tanti posteri che sono costretti ad ignorarli a causa della dittatura culturale che ci attanaglia.

Dopo il 1789 la Francia continua il suo mandato settario volto a destabilizzare l’ancient régime in cui vive l’Europa per renderla permeabile alle nefandezze del giacobinismo. Grazie all’iniziativa inglese, che teme di lasciarsi sfuggire la leadership rivoluzionaria, i paesi del vecchio continente si alleano per combattere il comune nemico. Nel 1798 si parla di II Coalizione antifrancese tra Gran Bretagna, Austria, Portogallo, Svezia, Russia, Turchia e Napoli. Oltre all’endemico doppiogiochismo inglese, non deve meravigliare la partecipazione dell’Impero zarista e di quello Ottomano recentemente combattutisi per gli annosi problemi dei territori confinanti come la Crimea. Lo spirito del giacobinismo ateo e nemico di ogni tradizione aveva giustamente atterrito gli stati che, talvolta sotto forme diverse, erano conformati al monoteismo e agli insegnamenti del passato.

Rivolgiamo l’attenzione al legame tra Napoli e San Pietroburgo, che sin dal 1777 era stato attivato (come prima apertura verso l’occidente) per volere di Caterina II e di Ferdinando IV, e che proseguiva tra il figlio succeduto alla zarina Paolo I e il sovrano borbonico.

Nel regno sebezio i rovesci militari terrestri avevano indotto l’Inghilterra, che con la sua impareggiata flotta guidava di fatto la coalizione, a convincere re Ferdinando ad abbandonare a fine ’98 il suo possedimento citrafaro per arroccarsi nella più difendibile Sicilia. Nel gennaio 1799 gli abitanti della capitale saranno capaci di scrivere nel sangue una delle pagine più gloriose del popolo napolitano quando, legittimato dall’assenza del re quale novello sovrano, deciderà di resistere al più forte e invitto esercito dell’epoca ormai alle porte. Lo strapotere francese stroncherà con ferocia l’opposizione dei lazzari ma nulla saprà escogitare per la pronta risposta degli altri regnicoli spregiativamente definiti briganti. L’insorgenza antigiacobina, contro francesi e traditori indigeni della proclama repubblica, non si fermerà nei sei mesi dell’occupazione.

Commemoreremo le fasi più salienti ed eroiche di questa contro-rivoluzione a partire dall’8 febbraio quando il cardinale laico Fabrizio Ruffo sbarca a Catona, a nord di Reggio, provenienti dalla Sicilia con soli quattro uomini e altrettanti domestici. Questo è l’incredibile quantità del nucleo che rovescerà i giacobini dal regno di Napoli.

Dopo una sola settimana di appelli in tutto il circondario si intravede già una vera armata al comando del card. Ruffo. Sono alcune migliaia quelli che il 13 febbraio si incamminano verso Scilla dove altre migliaia sono pronte per unirsi a loro sotto la bandiera della Croce e la legittimazione di Ferdinando IV.

L’armata della Santa Fede prende la strada per Monteleone (oggi Vivo Valentia), distretto della Calabria Ultra e munito caposaldo repubblicano perché sede delle Tesoreria reale di tutte le Calabrie. Ma i traditori sono pieni soltanto di avidità e totalmente privi di coraggio. A fine febbraio fuggono tutti verso Catanzaro in modo che il 1° marzo Ruffo può trionfalmente entrare in città nel tripudio della popolazione.

 

Pur liberata la capitale della Calabria Ultra II Catanzaro, rimane in mano ai rivoluzionari Crotone (allora Cotrone, capoluogo di distretto) con il rinforzo di truppe francesi da poco sbarcate. L’Armata Reale punta sulla città di Pitagora con l’appoggio di tutti gli uomini validi del circondario. Dopo un vano tentativo di intimare la resa, il 18 marzo c’è l’assalto alle fortificazioni repubblicane, già scornate nella notte da un presuntuoso e disastroso tentativo di sortita. I duri combattimenti durano un paio di giorni e sfociano nel sacco della città non riuscendo Ruffo a trattenere la rabbia degli attaccanti, cresciuta a dismisura per l’esagerata resistenza dei ribelli e degli stranieri presenti.

Una delucidazione è necessaria adesso che le vittorie sanfediste si susseguiranno. Don Domenico Sacchinelli , tra i cinque sbarcati a Scilla e segretario della spedizione, nelle sua fedele cronaca dichiara inequivocabilmente che la stampa giacobina, arma fondamentale della setta, inventerà di sana pianta violenze e saccheggi dell’armata reale nelle città redente. Ciò ovviamente per illudere i francesizzati e in pieno contrasto con la realtà storica e la dirittura morale di Ruffo e compagni.

All’inizio di maggio i Sanfedisti sono diretti a Matera e in tutto il territorio finitimo  è un incessante fermento liberatorio con fuga dei traditori e distruzione dei loro alberi della libertà, specialmente nelle Puglie anche per la comparsa nell’Adriatico di una flotta turco-russa accorsa in aiuto. Il plenipotenziario Antonio Micheroux aveva infatti stretto un patto con Russia e Turchia per l’invio di truppe in supporto dell’avanzata di Ruffo. Micheroux è latore di una lettera di Re Ferdinando che lo incarica di riportare l’ordine nelle amministrazioni locali con l’indulgenza regia. Ciò facilita e accelera il ritorno alla legalità delle città appulo-lucane.

Per la sua posizione naturalmente fortificata la città di Altamura era stata scelta dai giacobini quale punto di resistenza per l’avanzata sanfedista. I più facinorosi avevano preso il controllo da tempo terrorizzando gli abitanti e corrompendo in ogni maniera anche il clero locale fino a intrattenere laidi contatti con le suore compiacenti del locale convento. Addirittura una sorta di processione era stata inscenata ipocritamente all’approssimarsi di Ruffo seguita da una spietata caccia ai lealisti. Molti di questi malcapitati erano stati condannati al famigerato “matrimonio giacobino” con cui si ammazzavano dei poveretti, si legavano ai cadaveri altri vivi, ancora più sventurati, per seppellirli assieme in fossa comune. Tutto ciò era stato ampiamente sperimentato in Vandea dai francesi invasori. Quando l’8 l’Armata Cristiana e Reale è schierata avanti alle mura Ruffo ordina di non circondare completamente la città per dar modo al nemico di fuggire per minimizzare al massimo i danni. Gradualmente il piano ha successo perché sia quasi tutti i ribelli sia buona parte dell’atterrita popolazione si mettono in salvo sui vicini monti. In tal modo il 10 gli avamposti regi entrano in un paese vuoto e tranquillo ma si scatena la sacrosanta ira scoprendo le sepolture in cui sono ancora agonizzanti i borbonici, compresi i messi del cardinale mandati giorni addietro per intimare la resa. Parte la caccia ai pochi giacobini rimasti, soprattutto i residenti aristocratici e le famose monache perdute ancora gozzoviglianti con i loro amanti. L’intervento diretto di Ruffo e il rientro degli altamurani riportano a fatica la calma. Gli ufficiali sanfedisti addirittura risarciscono i danni agli abitanti più colpiti dal furore della  battaglia.

 

Dopo una lunga presenza in Altamura per normalizzare tutti i compromessi rapporti, Ruffo, avvisato il Re a Palermo, riceve notizie sui rovesci i pianura padana dei francesi di fronte agli austro-russi con alleggerimento del presidio a Napoli per portare rinforzi rivoluzionari a nord. Decide conseguentemente di muoversi verso il Principato Ultra per poi puntare sulla capitale. Ciò in concomitanza con lo sbarco di alleati russo-turchi nelle Puglie a cui si è aggregato il messo regio Micheroux con soldati siciliani. Gli alleati risalgono nella prima parte di maggio dalla terra di Bari alla Capitanata liberando i paesi che inneggiano subito ai suoi valori: Viva la religione, Viva il Re!

 

Appuntamento giovedì 24 gennaio 2019 al Largo Mercatello di Napoli capitale alle 16.30 per un incontro con la comunità russa, al numero civico 52 I p., per la relazione del prof. V. Gulì sull’alleanza di Ferdinando IV di Borbone con la Santa Madre Russia nella II coalizione del 1799. Ingresso libero.

Video della conferenza:

L’attento pubblico sotto due bandiere…

L’organizzatrice Natalia Pankova che presenta la serata

Ricordiamo oggi le tre giornata di Napoli in cui i Lazzari (cioè il Popolo Sovrano legittimato da Federico II a Carlo di Borbone) difesero la capitale spargendo a migliaia il loro sangue per il Trono e per l’Altare.

i fatti storici

LE TRE GIORNATE DI NAPOLI

21-22-23 GENNAIO 1799

Nel dicembre del 1798 l’esercito rivoluzionario francese, dopo aver deposto e imprigionato il papa,  partì alla conquista di uno dei regni più ambiti, quello di Napoli. L’Inghilterra voleva impegnare i Francesi in questa invasione per potersi riorganizzare nella guerra sulla terra ferma dopo la vittoria in mare ad Aboukir. Il capo del governo Acton convinse re Ferdinando IV a schierarsi dalla parte degli alleati antifrancesi e l’intero esercito napoletano salì al nord per combattere oltre i confini al comando del generale austriaco Mack. Naturalmente le forze occulte che manovravano il tutto tenevano ben presenti alcuni obiettivi, il principale dei quali riguardava i due regni legittimamente retti da Ferdinando di Borbone (IV a Napoli e III a Palermo). Essi dovevano essere sconquassati e indeboliti per mutarli in vassalli di Parigi o Londra, secondo chi avrebbe alla fine prevalso. Per tale motivo al duce straniero Karl Mack von Leiberich questi poteri occulti riuscirono a fare assegnare degli aiutanti di campo che fungevano anche da interpreti tra il tedesco e il napolitano. Il comprovato valore strategico del feldmaresciallo fu quindi travisato con equivoche disposizioni alle truppe che vennero agevolmente divise e sbaragliate dall’armata di Championnet. Acton subito colse l’occasione per invitare il re ad abbandonare la capitale peninsulare e rifugiarsi nell’altra insulare in Sicilia. Nonostante forti e vibranti manifestazioni popolari e militari che incitavano alla resistenza nella città sebezia, Ferdinando partì con la corte e l’esecutivo il 22 dicembre lasciando quale vicario generale il principe Pignatelli Strongoli. Gli agenti britannici di Acton approfittarono dell’opportunità per affondare la flotta napoletana che con tanti sforzi si era riusciti a varare con il pretesto di non farla cadere in mano nemica (ma non poteva salpare con il re?).

Se l’esercito napoletano si era sfaldato nello stato pontificio quando rientrò nel suolo patrio riprese ardore anche per l’appoggio immediato e spontaneo della popolazione. Dal Tirreno all’Adriatico civili e militari nel nome di Re Ferdinando ripresero le armi infliggendo seri danni agli invasori. Il primo fu Fra Diavolo ma seguirono altri famosi come il duca di Roccaromana, Mammone, Giambattista Rodio (ex giacobino pentito), Giuseppe Pronio (Abate). In quel periodo nacque la celeberrima lotta popolare (detta poi guerriglia per il suo successo in Spagna) perché fatta, in difesa della patria invasa,  da eserciti “non regolari” formati da civili, donne, religiosi, ex militari sbandati, legittimisti stranieri, tutti perfidamente definiti, per confusa semantica,  briganti.

Championnet decise abilmente di dover prima prendere Napoli e poi soggiogare  il regno. Così diresse l’armata sulla capitale eludendo i flebili e assurdi tentativi più che altro diplomatici di Mack e Strongoli di rallentare l’attacco.

Con i soldati regi disciolti, con il re costretto a trasferirsi, con le residue autorità accondiscendenti, con i nobili “francesizzati”, dopo ripetuti e vani tentativi di essere ascoltati per la difesa della capitale il popolo si organizzò. 

Già direttamente al Re la Lazzaria aveva offerto il suo appoggio per salvare il trono, quindi viepiù in sua assenza fu rispolverata la prammatica carolina che cedeva i poteri al popolo in assenza del sovrano. Come consuetudine i Sedili si riunirono nel convento di San Lorenzo deliberando la difesa ad oltranza della capitale dalle orde francesi in arrivo.

I popolani s’impadronirono delle porte, delle fortificazioni e delle armi perseguitarono i filo giacobini locali, traditori della Patria Napolitana. Anche le strade d’accesso lato nord furono presidiate da Capodichino a Poggioreale.

Domenica 20 gennaio al Duomo una folla immensa giurò a San Gennaro di offrire la propria vita per la difesa della capitale, adottando una bandiera nera inneggiante al santo patrono.

La mattina del 21 quasi trentamila francesi partirono da Pomigliano, rasa al suolo per incutere terrore all’hinterland partenopeo e prevenire soccorsi alla capitale. Diviso in quattro colonne l’esercito rivoluzionario transalpino investì Capodimonte, il Carmine, Porta Capuana, tenendo in riserva il resto dei soldati.

Il furore dei francesi fu terribile ma i Lazzari, guidati da capi improvvisati, spesso auto-elettisi sul campo (come Michele Marino detto ‘o pazzo, De Simone, Pagliuchella, Paggio) e coordinati dal principe di Canosa Antonio Capece Minutolo, furono sostenuti ormai da tutti gli abitanti, compresi i soldati regi sbandati,  invitati al grido di “SERRA, SERRA”, e la lotta fu asperrima frenando l’impeto degli invasori.  Combattimenti spaventosi si accesero ai varchi della città come il castello del Carmine,  Ponte della Maddalena, Porta Capuana.

L’accesso settentrionale a Napoli è senza dubbio Porta Capuana dove il nerbo dell’armata straniera si diresse dopo aver superato la tenace resistenza a Poggioreale. La carica alla baionetta non atterrì i lazzari che ostacolarono l’avanzata in ogni modo. Addirittura i mucchi di cadaveri napolitani avanti alla porta monumentale servirono da trincea per rintuzzare i ripetuti assalti. I battaglioni del gen. Guillaume Philibert Duhesme furono bloccati avanti all’arco per ore e rischiarono grosso quando altri popolani sopraggiunsero di rinforzo. Lì prevalse l’arte guerresca del nemico che attirò in una trappola i napolitani riuscendo alla fine a entrare in città con immediato incendio e spargimento di sangue per tutti i disgraziati che si trovarono in zona, anche non combattenti e nelle proprie case, compresa la chiesa e il convento presso le mura. Era ormai notte in quel tristissimo lunedì ma i Lazzari respinti si barricarono soltanto attorno al varco conquistato dai francesi.

Altro punto delicato della difesa fu il Ponte della Maddalena che sopravanzava il fiume Sebeto,  protezione naturale della città.  Fu il miglior generale francese, il giovanissimo François Étienne Christophe Kellermann, a dover pugnare assai duramente con i Lazzari, spronati dalla statua di San Gennaro che sembrava sfidare il male della rivoluzione con la sua mano minacciosa. Con l’arrivo delle riserve i Francesi passarono nello stesso giorno il ponte ma furono subito impegnati in altri combattimenti al Mercato.

Martedì 22 si aprì quindi con la capitale invasa in più zone ma con un ulteriore vantaggio per i francesi. Infatti, i giacobini traditori della patria e del popolo napolitano erano riusciti ad impadronirsi di Castel Sant’Elmo e dei suoi cannoni e, seppure in pochi e probabilmente con l’aiuto anche di qualche loro donna che poi si vanterà dei loro misfatti, presero di mira la Lazzaria. Con i Francesi di fronte e i giacobini alle spalle i Napolitani non deflessero e disputarono vicolo per vicolo, casa per casa, palmo per palmo il terreno ai rivoluzionari. Fu una giornata apocalittica per gli abitanti di Napoli. Tra via Foria, Largo delle Pigne, via Chiaja, il Mercato si accesero furibonde mischie con i poveri lazzari che tenevano testa al più forte esercito del tempo con i suoi migl

iori generali a comandarlo.

I terribili echi della battaglia di Napoli erano però giunti agli abitanti dei dintorni che si stavano organizzando per marciare in aiuto della capitale. Fu quindi per l’invasore una fortuna che il 23 la città fosse totalmente espugnata con la fine delle ultime resistenze attorno ai castelli.

Nacque allora lo stato fantoccio della repubblica partenopea con i traditori che avevano aiutato lo straniero, la resistenza si spostò immediatamente fuori della capitale perché i regnicoli non si arresero mai e i Lazzari si ritirarono nell’ombra per prepararsi alla riconquista del cardinale Ruffo.

 

Vincenzo Gulì