PROGRAMMA 2018 VIII EDIZIONE

Domenica 14 ottobre  2018 si terrà l’ VIII edizione del Tour del Volturno, evento ideato e patrocinato dal legittimo Parlamento delle Due Sicilie®, aperto liberamente a singoli, gruppi e associazioni che amano la propria Terra, che intende approfondire la storia delle Due Sicilie rivivendola sui luoghi in cui è stata scritta. Questo Tour è dedicato alla battaglia del Volturno del l’1 e 2 ottobre 1860 che segnò l’inizio della fine della nostra duplice nazione. Quest’anno, in collaborazione con l’Ass. Cult. Borbonica ‘Terra di Lavoro”, l’Ist. per la Ricerca Stor. Delle Due Sicilie, il 1° Regt RE e l’Ass. Cult. Neo Borbonici Attivisti, vi sarà il seguente svolgimento:

 

  • 15.30 Ponti della Valle: breve ricordo dei caduti nella battaglia, con deposizione di una corona di fiori e gli onori militari del ricostituito 1° Regt RE

 

  • 17.00 Sala Comunale di Valle (circ. di Maddaloni, distr. Di Caserta, prov. Terra di Lavoro) conferenza dibattito sul Regno delle Due Sicilie con relazioni di Vincenzo Gulì e Pompeo De Chiara. A chiudere proiezione cortometraggio sul Brigantaggio.

 

Descrizione della battaglia dal libro ‘IL SACCHEGGIO DEL SUD’ di Vincenzo Gulì

Dopo le facili annessioni di Toscana ed Emilia, il settembre del ’60 assiste al vilipendio piemontese del diritto internazionale, sempre per la protezione delle super-potenze, con l’invasione proditoria delle province papaline marchigiane ed umbre e con le traballanti motivazioni esposte da Cavour alle nazioni europee di intervenire per aderire agli inviti dei governi rivoluzionari locali che lamentano la repressione intollerabile delle truppe mercenarie straniere di Pio IX. In realtà è il disegno settario mondiale a dover essere eseguito per portare verso Garibaldi l’esercito sardo, al fine di soppiantarlo e favorire il programmato andamento degli eventi nel sud Italia.

Nel frattempo Garibaldi  è assai scosso; non tanto per la palese inimicizia della popolazione del tutto aliena dal considerarlo un fratello e quanto meno liberatore, quanto per la crescente pericolosità dei Regi che hanno tolto la maschera di falsa gloria dal volto dei rossi e minacciano seriamente di annientarli in uno scontro aperto sul Volturno. Tale ultimo fatto ha provocato gravi conseguenze tra i suoi volontari (ma come considerare le migliaia di soldati sardi mandati al suo servizio?) che sono affraliti e quotidianamente aumenta il numero dei disertori. Per impinguare al massimo i suoi effettivi, il nizzardo ha la sfrontatezza di indire una leva tra i Napoletani applicando la legge borbonica per i renitenti, che li considerava rei di diserzione.  Lapidario, al solito, il de’Sivo per questa ulteriore assurdità che la storia ha dovuto registrare: “S’invocava la borbonica legge per punire i soldati non ribelli alla borbonica bandiera; disertore chi non disertava; pena di morte a chi non s’univa allo straniero, per uccidere sulla patria terra i suoi compagni connazionali!”

Tuttavia altri uomini, se si eccettuano i sediziosi sparuti già inseriti, gli invasori non riescono ad ottenere dal Sud. E’ dal lontano e lontanissimo nord che vi sono soldati esperti e motivati che via mare si mettono a disposizione nel numero giusto e nel momento opportuno sulle navi che stazionano nel porto di Napoli. Per i mezzi non vi è alcun problema grazie all’insipienza dei responsabili del modo con cui è stata abbandonata la capitale. Così gli arsenali forniscono di armi, munizioni, vestiario, ricambi, cibo e l’erario pubblico di soldi a fiumi per porre nelle migliori condizioni possibili i “Mille”. Così ad esempio, quando mancano buoni artiglieri, come deve confessare lo stesso Garibaldi, ecco che dalle navi in attesa sbarcano puntatori professionisti delle flotte di Piemonte e Inghilterra. Se si pensa a come i Russi fecero terra bruciata intorno ai Francesi invasori, viene insieme da piangere e da ridere irrefrenabilmente………….

Sottovalutando l’invasione piemontese nel Centro Italia e non possedendo la sagacia per comprendere il vero scopo che muove le migliori truppe savoiarde, coi migliori generali e con la guida personale di Vittorio Emanuele II, il governo napoletano si dimena tra ostacoli veri e finti per far trascorrere il tempo preziosissimo. Infatti col passare dei giorni i rossi ritrovano la calma per riorganizzarsi dopo lo choc di Caiazzo e, soprattutto, vedono progressivamente elevarsi la propria forza attraverso l’inesauribile riserva sulle navi a Napoli, continuamente rinnovata dal nord, autentica valvola di sicurezza di Garibaldi. Inoltre la discesa dei Sardi in corso solo a un cieco non fa vedere che tra un lasso di tempo sempre più breve il nemico sarà enormemente più forte sia quantitativamente che qualitativamente. Al contrario per i Regi l’attesa prolungata fa scemare l’entusiasmo, emergere i gravissimi problemi logistici dei rifornimenti difficili in Terra di Lavoro e scoppiare quelli finanziari per la dabbenaggine nel fallito controllo del tesoro del Banco.

Il piano di battaglia è stato faticosamente partorito per la fine di quel settembre. Probabilmente  tracciato nelle sue linee generali dal famoso Lamoricière, ma rielaborato da Ritucci e dal suo Stato Maggiore, esso prevede quanto segue: schieramento di circa metà degli effettivi (ammontanti a 50 mila unità) in una lunga linea tra Capua e Caiazzo per investire simultaneamente il semicerchio eretto dei rossi tra S.Maria, Caserta e Maddaloni, sempre privilegiando la difesa della riva destra del Volturno per non essere presi alle spalle; la pressione maggiore va fatta sulle ali per effettuare una manovra avvolgente del nemico e costringerlo alla ritirata. La prima obiezione a tale piano  concerne  il fatto  che, anche per essere stato divulgato in troppe copie poco protette, esso è a perfetta conoscenza del nemico e addirittura nei Caffè di Napoli di discute animatamente dei suoi possibili sviluppi. In tal modo Garibaldi rinforza le ali del suo schieramento e tiene una consistente riserva mobile a Caserta che può  celermente spostarsi specialmente verso S.Maria grazie alla comoda strada ferrata a disposizione. La seconda  obiezione riguarda le prese di posizione un po’ invidiose e un po’ velleitarie dei duci napoletani che cercano in ogni modo di apportare modifiche personali, non solo nella  discussione al quartier generale ma anche, come si vedrà, durante lo svolgimento delle operazioni in maniera del tutto arbitraria. Così i comandanti regi disputano caldamente persino il prosieguo dell’eventuale vittoria: chi proponendo di spingere i garibaldeschi sul litorale casertano per evitare un asserragliamento in Napoli (che avrebbe creato innumerevoli problemi), chi ipotizzando una pressione per far finire i rossi verso i Principati ove annientarli con l’aiuto popolare. La terza obiezione attiene alla completa vanificazione dei vantaggi di cui gode l’esercito nazionale. La superiorità napoletana risiede essenzialmente nel numero degli uomini, nella cospicua artiglieria posseduta e nella famosa cavalleria praticamente mai impiegata.. Ebbene il frazionamento dell’esercito tra il 50% di riserva inattiva e il lungo snodarsi sul Volturno fa volatilizzare il primo vantaggio, ponendo pressochè alla pari i due contendenti in teoria. In pratica se il numero degli attaccanti, cioè dei Napoletani, è pari a quello dei difensori, lo svantaggio è lampante per chi deve assalire. Le remore per l’uso dell’artiglieria porta all’annullamento del secondo vantaggio, perchè ad esempio solo col bombardamento di S.Maria dai torrioni di Capua si poteva spezzare l’ala sinistra avversaria; ma le ingigantite ragioni umanitarie vieteranno ai Regi il volo del successo. Il terreno di battaglia scelto, in tutta libertà e serenità dai Nazionali prima dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, favorisce sfacciatamente la difesa tra colline, anfratti e dirupi e inibisce l’utilizzo della cavalleria, arma esclusiva dei Regi. Qui o si deve parlare apertamente di totale incapacità militare o si deve ammettere che la battaglia è preparata per non vincere. L’epurazione pur avvenuta in parte tra i duci napoletani porterebbe ad escludere la prima ipotesi, anche perchè gli errori sono talmente marchiani e ripetuti che non si può seriamente pensare alla loro involontarietà. Resta allora la spiegazione che lo sforzo dei duci è rivolto a combattere dimostrativamente senza volontà di vittoria per la questione già trita e ritrita della illusoria soluzione diplomatica. Ma quando tutta l’Europa assisteva indifferente alla spoliazione delle terre del Papa da parte dei predatori piemontesi, cosa sperare seriamente dalla diplomazia internazionale? E se si pensava ancora alle profferte, pur giunte in passato, di Torino per detronizzare Francesco II e accordarsi pacificamente coi massimi vertici, segnatamente militari, del Regno? A quel punto era ormai puerile illudersi che Vittorio Emanuele avrebbe concesso molto ad un pugno di spauriti difensori di uno stato ridotto a poche miglia quadrate. Quel che si poteva ottenere con Garibaldi in Sicilia, era assolutamente chimerico quando solo Capua e Gaeta restavano al governo napoletano.

Comunque le pressioni insistenti del Re fanno risolvere il mar.Ritucci a fissare nel 1o ottobre 1860 la data della battaglia.

Diamo adesso uno sguardo all’entità e ai dettagli dei due schieramenti contrapposti. I Napoletani pur, come detto, avendo una forza di cinquantamila soldati, ne impieghano teoricamente circa 24 mila così dislocati: all’ala destra, verso S.Maria, i 4600 uomini del mar.Tabacchi compresa la Guardia Reale, con alla riserva 2300 uomini; verso Triflisco e S.Angelo i Cacciatori di Afan de Rivera con 5600 effettivi e 700 in riserva; verso Caiazzo la brigata di Von Mechel con 8 mila uomini costituenti l’ala sinistra volta ad aggredire i Ponti della Valle per confluire su Caserta; alle spalle di tutti, sulla riva destra del fiume Volturno, la divisione Colonna con 4000 soldati; in attesa la cavalleria del gen.Ruggiero con 3000 cavalieri; forte riserva generale in Capua con 8000 uomini. I garibaldeschi, sebbene nell’ultima paga mensile siano stati versati soldi a quasi cinquantamila uomini, non sono più di trentamila pronti a combattere, con l’impiego effettivo di circa 20 mila armati. All’ala destra, nei pressi di Maddaloni, a difendere i famosi Ponti della Valle che, ormai notoriamente, diventavano fondamentali per la tenuta globale del fronte, v’è la divisione comandata da Bixio con 5600 dei migliori uomini; 500 rossi sono mandati sulle alture di Morrone, per controllare possibili azioni aggiranti, agli ordini di Bronzetti; a S.Leucio staziona la brigata Sacchi con 1800 uomini; a S.Angelo vigila la divisione Medici con 5500 effettivi; a S.Maria è barricata la divisione Cosenz con 7000 difensori; infine a Caserta c’è la riserva mobile della divisione Turr.

Garibaldi cerca di rincuorare in ogni modo i suoi spargendo, come consuetudine, notizie false e tendenziose; ad esempio dà per certa la presa di Ancona dei Piemontesi prima che la notizia del 29 settembre arrivi, e addirittura parla di invasione dell’esercito sardo del Regno quando ancora è in lotta con Lamoricière nelle Marche. La setta cerca di fiaccare uno dei migliori ufficiali napoletani, l’ancora colonnello Matteo Negri, offuscando la sua figura e quindi il suo importante peso nello Stato Maggiore col diffamare suo padre, presentandolo come rivoluzionario presente a Capua per sparare sui Regi; l’origine siciliana del comandante basta per dar corpo alle ombre, giacchè è tutto falso! I mass media partigiani calunniano alacremente i Regi parlando di ipotetiche promesse di saccheggio per i centri abitati presidiati dai rossi. Anche questo induce il Re a dare un proclama di battaglia ai suoi assolutamente inadatto alle esigenze del grave momento storico. Infatti il sovrano si preoccupa eccessivamente non tanto di quel che può subire dallo scontro il suo esercito, quanto di quel che i suoi uomini eventualmente vittoriosi possono arrecare ai vinti! Così Francesco parla di vigilare con pieni sentimenti religiosi sulla ferocia che il combattimento può scatenare, rispettando il nemico soprattutto ferito e le case  con gli abitanti dei luoghi della lotta. Strano incitamento per un Re che si giocava il tutto per tutto per sè e per il suo popolo! Infine l’antifona della lotta fratricida da aborrire che rimbalza dovunque grazie alla stampa rivoluzionaria e che entra nelle menti che meno dovrebbero ascoltarla.

Coi movimenti strategici esattamente conosciuti dal nemico; coi duci per lo più timorosi della vittoria (sic!); coi soldati frementi d’amor patrio ma col dubbio inconscio di essere troppo sacrificati, di dover reprimere il loro furore guerresco e di spargere comunque sangue italiano; con uno schieramento totalmente  sfavorevole alle caratteristiche dell’esercito regio, alle quattro e mezza di una mattinata nebbiosa ed umida le porte di Capua si aprono per far uscire ordinati e tranquilli i primi contingenti napoletani. Il grido di guerra di Viva ‘o Rre! risuona sempre più nitido nelle orecchie dei garibaldeschi trincerati nell’angolo retto che S.Maria forma con S.Tammaro a sinistra e S.Angelo a destra. Anche grazie ai cannoni di Capua che almeno rompono le barricate, i Napoletani sfondano dappertutto e seminano il terreno di camice rosse. Alle prime ore del mattino gli invasori sono già in estrema difficoltà e Garibaldi capisce che è il caso di spronarli alla resistenza ad ogni costo. Mentre si sposta, con pochi al seguito, in un quadrivio nei pressi di S.Leucio, s’imbatte in un manipolo di Regi che lo attacca in modo furibondo, uccidendo il suo cocchiere e costringendolo a farsi spazio con la sciabola per fuggire precipitosamente in un folto boschetto, leggermente ferito e protetto dal sacrificio dell’intero suo seguito.  Trafelato ma caparbio nel dover rincuorare i suoi in crisi, Garibaldi giunge a S.Angelo e tenta di sollevare gli animi nel modo a lui congeniale, cioè raccontando bugie di successi sugli altri fronti e di piccolo sforzo da compiere sul posto per vincere la battaglia. Probabilmente l’effetto era positivo per i rossi ma durava quanto la presenza del capo: lo scoramento e la cruda realtà riprendevano presto il sopravvento. Così mentre il nizzardo si sposta per sostenere altri capisaldi, quelli precedentemente visitati sono sopraffatti dai Regi. S.Angelo è dunque presa in poche ore di irresistibili assalti napoletani mentre Garibaldi scappa celermente verso il fulcro della sua difesa a S.Maria.

Intanto la colonna di Von Mechel, più numerosa delle altre per il delicato compito di sloggiare i difensori dei Ponti della Valle, è oggetto di una vera insubordinazione del comandante svizzero che decide autonomamente di staccare dai suoi soldati ben 5000 uomini affidandoli al gen.Ruiz de Ballestreros e inviandoli per i monti a Caserta Vecchia con lo scopo di farli irrompere contro Bixio al momento topico dello scontro da lui iniziato direttamente alle porte di Maddaloni. Due sono gli errori madornali nel comportamento di Mechel: il primo è di riservare per il suo attacco frontale soli 3000 uomini, in nettissima inferiorità rispetto ai 5600 trincerati in loro attesa; il secondo è di fidarsi pure lui di quel gen.Ruiz che già nelle Calabrie aveva dimostrato di essere pressochè un traditore. In tal modo mentre la brigata di Mechel rapidamente va incontro all’ala destra garibaldese, Ruiz con la massima circospezione e lentezza s’inoltra per le colline tra la Piana di Caiazzo e Caserta Vecchia col fermo proposito di non giungere in  tempo per dare il suo decisivo contributo al duce svizzero e a tutto l’esercito regio, essendo Maddaloni una posizione chiave. Eppure la sera precedente, dopo aver stabilito l’arbitraria variante al piano bellico, Mechel in cammino per la sua meta aveva sorpreso Ruiz placidamente accampato presso il Volturno limitandosi a rampognarlo e facendolo a malavoglia partire. Come poteva un esperto generale come lui illudersi che il suo subalterno si fosse trasformato in un campione di volontà e nazionalismo per poterlo adeguatamente aiutare il mattino seguente?

Alla ricerca di una qualsiasi scusante per rallentare nuovamente la sua importantissima marcia, Ruiz ha un colpo di fortuna (per le sue turpi mire) scorgendo l’avamposto  di Bronzetti trincerato sul vertice della collina tra le rovine del castello medioevale di Morrone.

Il fellone avrebbe potuto aggirare il piccolo presidio e proseguire la sua fondamentale missione, oppure avrebbe potuto lasciare una parte congrua dei suoi uomini per debellare i rossi e andare col grosso incontro al suo comandante. Invece, in perfetta cattiva fede (la storia lo saluterà in seguito come generale piemontese, anche se posto  decentemente a riposo, chiarendo pienamente  la sua posizione di traditore), ferma tutta la brigata per osservare la sua decima parte assalire i barricati nei resti del castello. La strenua resistenza dei garibaldeschi, terrorizzati dal numero di nemici che li circonda, dura a lungo perchè troppo piccolo è il numero di quelli che effettivamente attaccano ed espugnare il castello diroccato diventa un’impresa ardua con grande perdita di tempo: proprio quello che andava cercando Ruiz per far  saltare il piano dei Napoletani.

Nei pressi di Maddaloni Bixio pone alla destra la brigata Eberhardt sul monte Longano, la brigata Spinazzi al centro e a sinistra la brigata Dezza sul monte Caro. Alle 8 del mattino Von Mechel irrompe nello schieramento garibaldese in tre gruppi contro i tre capisaldi sotto il tiro dei cannoni rossi sistemati sui Ponti della Valle. Occorre ricordare subito che i tremila uomini all’assalto sono costituiti dai residui delle forze mercenarie straniere, in minor parte dagli Svizzeri dopo i problemi internazionali sollevati dai settari qualche tempo addietro, e per il resto da Boemi e Bavaresi con numerosi infiltrati prezzolati, inseriti ad arte dalla cospirazione per debilitare l’esercito regio. Niente di sorprendente dunque se gli Svizzeri accoppano come mosche nugoli di rossi scompigliandoli, mentre gli altri corpi non danno prova di alcun ardimento o determinazione.  Eppure accade qualcosa di ridicolo nel vedere sul monte Caro i rossi fuggire nello scorgere i Boemi all’attacco ma senza alcuna volontà di fugarli.  Così i mcercenari sono costretti a fermarsi per non terrorizzare vieppiù il nemico. Vanamente gli ufficiali svizzeri li incitano a proseguire l’assalto rincorrendo il nemico. Intervenendo alcuni rinforzi più motivati, si assiste alla farsa della stragrande maggioranza degli offensori che non rispetta gli ordini e si attarda qua e là per non vincere, e dell’altrettanto stragrande maggioranza dei difensori che si dilegua in preda al panico. In tale guisa pochi Regi pugnano seriamente contro pochi garibaldeschi! Intanto gli Svizzeri sfondano la linea della brigata Eberhardt e costringono al silenzio l’artiglieria avversaria. Purtroppo nell’assalto valoroso cade il giovane figlio di Mechel che, dopo un solo attimo di smarrimento, riprende encomiabilmente la battaglia. Con le ali sbaragliate tutti i garibaldeschi convergono al centro attorno a Bixio acquartierato nella villa Gualtieri, sbarrando logicamente la via per Caserta. Col passare dei minuti i rossi che possono, tentano di sparire per la paura di essere sterminati dai Regi praticamente  inferiori per 1 a 2. Gli abitanti di Maddaloni assistono speranzosi al combattimento e notano continuamente un fuggi fuggi generale in tutte le direzioni distanti dai Napoletani. L’amor patrio li accende e molti si mettono ad inseguire e massacrare gli stranieri invasori sbandati. Von Mechel, dopo circa tre ore di lotta, si trova fuori Maddaloni pronto a sferrare l’ultima carica contro il nemico terrorizzato ed incapace di resistergli. Purtroppo il generale giudica assai rischioso stanare i rossi dalla cittadina con forze tanto inferiori e si rammarica tanto di non veder spuntare il grosso dei suoi uomini, al comando di Ruiz, per assestare il meritato colpo di grazia e completare trionfalmente la sua missione. Anche superando, con grande sforzo, le truppe di Bixio, senza Ruiz e con i Boemi e  i Bavaresi poco affidabili, come potrebbe mai puntare con concrete possibilità di successo sulle consistenti riserve garibaldesi a Caserta?

Siamo ormai a metà giornata di quel fatidico 1° ottobre 1860 e a S.Maria si combatte furiosamente nel modo preferito dai rossi, cioè sulle barricate e nei comodi nascondigli offerti dalle rovine dei monumenti d’epoca romana. Col Re nelle retrovie e coi conti di Trani e di Caserta a guidare l’assalto ogni resistenza viene stroncata con la penetrazione dei Borbonici in città e il dileguamento disordinato degli invasori che pensano a salvarsi.

Quel mezzogiorno vede brillare alto il sole che sorride alla bandiere con lo stemma delle Due Sicilie vittoriose a Maddaloni, a S.Angelo e a S.Maria. Eppure Garibaldi ha l’impudenza di telegrafare a Napoli cantando vittoria su tutta la linea! Ma le mendaci parole del nizzardo non potevano convincere la buona gente in ansia nella capitale. Gli sbandati, i feriti, i disertori che gremivano la città portavano alla mente  parole ben diverse per gli stranieri. Inoltre i Sardi e gli Inglesi che in tutta fretta scendevano dalle navi per partire celermente per il fronte convalidavano quelle parole negative che aleggiavano sul capo dei garibaldeschi! Si può tranquillamente affermare che quasi nessuno presta fede al falso dispaccio, troppo in contraddizione con la realtà che si osserva a Napoli.

Il valore dei Napoletani ha colorato  con la vittoria la prima parte del 1oottobre, facendo loro superare i gravissimi limiti dello schieramento del tutto svantaggioso come detto innanzi. Tuttavia il peso degli errori dei vertici non può essere a lungo attutito dalla bravura dei soldati. Vi sono condizioni obiettive di inferiorità per i Regi che devono ineluttabilmente emergere a lungo andare. In primo luogo per quanto concerne il numero degli attaccanti e il lento collegamento tra i reparti disseminati su una linea troppo lunga e mal servita dalle vie di comunicazione. A S.Maria, ove giustamente si prevedeva lo scontro frontale più duro, quanto detto trova il suo riscontro concreto. Mentre i Napoletani hanno conquistato la città e necessitano assolutamente di rinforzi per tenere le posizioni tanto sanguinosamente strappate, mandandoli a chiamare con tutte le difficoltà adombrate prima, i rossi in estrema disperazione speditamente chiedono aiuti alla riserva generale di Caserta e rapidamente essi giungono sfruttando la strada ferrata borbonica.

All’arrivo dei rinforzi garibaldesi si riaccende la lotta e Francesco indarno invia dispacci ai soldati di S.Angelo di precipitarsi in soccorso, come pure a quelli vincitori a S.Tammaro. La citata lentezza nei collegamenti non porta forze fresche ai Regi, solo la Guardia Reale è disponibile e viene mandata all’assalto. Da notare che gli appartenenti alla Guardia Reale erano agli antipodi, per esempio,  nei confronti della famosa Guardia Imperiale francese che decideva, per il valore e la professionalità dei suoi uomini, le battaglie di Napoleone I. La Guardia Reale napoletana era formata da aitanti giovanotti, in uniformi esteticamente belle, ma con nessuna esperienza di combattimento, essendo adibiti solo alle sfilate militari in tempo di pace. In tal modo, quando i primi vuoti si aprono nelle fila degli affascinanti soldati, una sensazione mai avuta li pervade, riempiendoli di spavento e facendoli in gran parte fuggire ignominiosamente, sconvolgendo sia fisicamente che moralmente le altre truppe operanti. Questo è l’unico esempio di codardia da parte napoletana nell’invasione del Regno. Il marchio bugiardo creato dagli storici asserviti al nuovo potere ha dipinto quasi tutto l’esercito borbonico con la codardia; invece a S.Maria v’è il primo e ultimo caso dovuto in gran parte all’inettitudine di chi mette in prima linea soldati inesperti e mai provati, quando decine di migliaia di altri militari con caratteristiche ben superiori sono tenuti nelle retrovie! Comunque da S.Tammaro la brigata del gen.Sergardi è la più sollecita ad soccorrere i conquistatori di S.Maria, sgominando tutti i rossi incontrati e meritandosi l’ovazione dei sammaritani che mettono alle finestre i drappi borbonici, dichiarando tutta la loro fede nella patria napoletana Quando altri uomini necessitavano impellentemente per spegnere la reazione garibaldese e ben pochi se ne vedevano  perchè troppo distanti, quanto avrebbero fatto comodo i popolani che aspettavano solo  di essere debitamente spronati e chiamati per far diventare la loro cittadina la tomba degli invasori!……

A Morrone finalmente alle tre pomeridiane l’ostinata resistenza di Bronzetti  e dei suoi 500 garibaldeschi è disfatta con l’uccisione di molti dei difensori del castello che ha visto un’intera brigata fare da spettatore passivamente all’intrepido assalto  di poche forze vittoriose al comando del magg.Nicoletti. Senza scomporsi Ruiz fa riprendere pacatamente la marcia verso Caserta Vecchia, ben sapendo che a pomeriggio inoltrato ormai aveva fatto fallire le intenzioni del suo capo Von Mechel. Costui, col sole ormai rivolto al tramonto, si rende conto che non può più rispettare gli ordini di raggiungere Caserta ed è costretto a scegliere un luogo adatto per accamparsi e passare la notte. Bixio non crede ai suoi occhi osservando i temutissimi Svizzeri retrocedere ed incita i suoi a riprendere coraggio ed addirittura ad infastidire il ripiegamento borbonico, creando una finale parvenza di successo coi rossi che avanzano sparando e i Regi che  indietreggiano difendendosi. Quale imprevedibile epilogo! Soprattutto pensando che la stampa faziosa avrebbe ricamato su tale ultimo atto bellico dipingendo Bixio come un eroico trionfatore!

Il tramonto solare fa tramontare anche le enormi possibilità di vittoria che l’astro aveva concretamente visto quando era allo zenit.  A S.Maria i rossi hanno ormai forze preponderanti per i freschi rinforzi giunti e la lotta prosegue aspra ed impari. Ciò nonostante quattro fiere compagnie sfondano le nuove linee nemiche e prendono alle spalle  i garibaldeschi. La sfortuna vuole che proprio in quel momento in cui ancora la giornata può essere clamorosamente salvata, Ritucci giudica impossibile vincere nella città sammaritana, punto centrale dell’intera battaglia. , e fa suonare la ritirata generale. Il ripiegamento simultaneo degli attaccanti infonde  un fremito di riscossa insperata nei rossi che si lanciano baldanzosamente all’inseguimento dei Regi. E’ un reparto di cavalleria del col.Grenet a proteggere la ritirata punendo a sciabolate la presunzione garibaldese, mentre dai bastioni di Capua tuonano i cannoni per fare atrettanto, ma colpendo indiscriminatamente sia i rossi che i cavalieri napoletani! Ovviamente l’ordine di retrocedere viene applicato anche a S.Angelo che è riconsegnata al nemico dopo il tanto sangue versato per strappargliela! E pensare che solo un migliaio di uomini di riserva avrebbe fatto pendere definitivamente la bilancia dalla parte dei soldati della Nazione Napoletana, quando un’intera brigata al comando di Colonna era inattiva alle spalle del Volturno per vigilare su manovre aggiranti di Garibaldi assolutamente  improbabili.

L’ineffabile Giuseppe Ruiz de Ballestreros arriva ormai all’imbrunire a Caserta Vecchia e senza badare ad informarsi sui fatti sicuramente accaduti intorno a lui, fa fermare i suoi uomini per riposare. Il generale traditore trova ospitalità nel convento dei Cappuccini ove si fa servire una lauta cena senza minimamente pensare alle necessità della truppa. Alle sue giuste rimostranze, un’idea balena nella sua mente ignobile: si mettano gli uomini a cercare nei dintorni riparo e cibo. Ciò significava logicamente disunire la forte colonna in modo da completare il suo tradimento sino ad allargarlo eventualmente al 2 ottobre, quando  era possibile prevedere una ripresa dei combattimenti.

Gli espugnatori del presidio di Bronzetti guidati dai maggiori Nicoletti, De Francesco e Musso, rimangono leggermente staccati dal grosso e, quando scendono le prime ombre della sera, si trovano rispettivamente nei pressi di Caserta Vecchia, Morrone e S.Leucio. Il passo per la città vanvitelliana è breve e i tre decidono di entrarvi, forse immaginando di trovarvi anche i commilitoni vittoriosi. La notizia della loro vicinanza si sparge per il quartier generale garibaldese, insieme al panico per un loro imminente attacco. Un battaglione di soldati sardi, appena giunto da Napoli, viene immediatamente schierato alla periferia dela città. I primi Regi a scendere dalle colline che cingono Caserta a nord sono quelli del magg.Musso. Essi prendono contatto coi rossi a Casolla, un abitato limitrofo colla città. La veemenza dei Napoletani, già temprati e motivati dall’aver debellato Bronzetti, sbaraglia agevolmente il nemico e li porta tra le prime case casertane. Intanto l’ordine della ritirata generale aveva raggiunto Ruiz che, per la prima volta durante quel giorno fatale, si affretta: per comunicarlo a tutti i suoi uomini, dimostrando ancor più la sua scelleratezza. La sua solerzia per bloccare subito possibili azioni belliche rastrellando i suoi sparsi reparti, è in netta contraddizione con l’ordine precedente di sbandarsi per rifocillarsi dato in modo generico e senza veramente preoccuparsi delle esigenze dei militari. Ma tutto congiura coerentemente nel perseguimento dell’infame scopo di ostacolare l’armata borbonica nel giorno cruciale per la vita della Patria!

In tal modo De Francesco torna indietro verso il grosso della brigata a Caserta Vecchia; Nicoletti vorrebbe obbedire anch’egli  ma, sollecitato dai soldati che hanno visto quel che sta accadendo  alla periferia di Caserta, va verso la città. Musso non viene avvertito e resta in attesa a valle. Le truppe di Nicoletti irrompono allora in Caserta per Aldifreda e lo stradone di S.Antonio. Ma i rossi li stanno aspettando in forze, insieme ai rincalzi giunti per ferrovia e con molti cannoni manovrati dagli esperti artiglieri inglesi piazzati sulle alture ora sgombre di Regi. Il fuoco che accoglie Nicoletti e Musso, che si sono riuniti, è micidiale e la superiorità del nemico assolutamente insostenibile. I Napoletani vengono accerchiati e non possono che arrendersi. Prigionieri finiscono anche i tanti isolati per colpa dell’ordine di sbando di Ruiz, che vengono rastrellati facilmente dai garibaldeschi.

Se Ruiz si è volutamente dimenticato del suo comandante Von Mechel, costui non si è dimenticato di lui  e riesce in piena notte a scovarlo beatamente addormentato nel convento a Caserta Vecchia. L’ordine perentorio per lui è di unirsi precipitosamente al suo superiore a Maddaloni. Invece il traditore aspetterà impassibilmente sino all’alba del 2 ottobre e poi lascerà i suoi uomini senza convincenti spiegazioni, rischiando di fare la fine di Brigante.  Riuscirà per la fortuna vilmente a scappare da solo, mettendosi in salvo lontano dalle armi borboniche.

Dopo uina giornata di cruenti combattimenti su un fronte assai largo, col decisivo condizionamento degli handicap appioppati dai duci inetti e frastornati ai Napoletani, scende il silenzio sul Volturno. I Regi restano sulle posizioni di partenza, ordinati e col morale alto, con circa 1000 perdite tra caduti e feriti e con un migliaio di prigionieri presi a Caserta; i garibaldeschi lamentano quasi 2000 perdite tra morti e feriti e circa 1500 catturati o fuggiti. I dati dei rossi sono di fonte partigiana, perchè osservando a Napoli, e nei paesi vicini, l’affollamento degli ospedali per i feriti nella battaglia, si può senza azzardo asserire che, compresi i disertori, sono oltre 4 mila quelli messi fuori combattimento dai Regi.

Anche se la storiografia dei vincitori parla incessantemente di vittoria di Garibaldi al Volturno, è assai più sensato ed onesto affermare che i Napoletani furono respinti nel loro attacco alla postazioni garibaldesi (ovviamente grazie agli intralci evidenziati della quinta colonna). Quindi più che di vittoria dei rossi, occorre parlare più esattamente di mancata vittoria napoletana. Vittoria per Garibaldi sarebbe stato infliggere più gravi perdite al nemico o farlo abbandonare le sue posizioni. In definitiva deve considerarsi una menzogna l’assegnare la vittoria ai “Mille”sul Volturno.

 

Spiegazione della battaglia sui luoghi storici: