La piaga sociale dei meridionali tifosi delle squadre del nord, in primis la Juventus, è quotidianamente oggetto di dibattito non solo sportivo. Due i poli di questa contesa. Da una parte quelli che invocano l’appartenenza territoriale ritenendo gli altri dei veri traditori, dall’altra quelli che rivendicano il loro diritto di adesione ai vincitori di tutto denigrando coloro che si accontentano di partecipare. E’ una querelle infinita che s’inasprisce sempre di più senza portare niente di buono. Altrove vi sono bastanti considerazioni che travalicano naturalmente il calcio sulla pagina

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Qui vogliamo invece rimarcare la geografia di questo tifo iperboreo nel Sud. Girando ormai da trent’anni per le ex province borboniche ho visitato tantissimi luoghi documentandomi su quel che segue. E’ un fatto ricorrente che nel paese A l’emigrazione di massa è avvenuta verso una ben determinata città settentrionale A1, così come nel paese B ci si è rivolti nell’analoga località B1. Ciò era ancora più evidente quando c’erano le targhe delle province. In tal modo in alcuni paesi calabresi in agosto vedevo auto di emigrati con targa VA, mentre in quello confinante similmente targa TO.  Ciò grazie a quell’abitudine, riscontrabile immancabilmente all’estero, di alcuni pionieri emigrati che richiamano i loro concittadini in Italia. Si verifica allora in una città dell’Ohio un flusso di migliaia di nativi di un centro siciliano,  parimenti in un centro del cuneense si addensano tantissimi originari di un paesino lucano. E’ notorio che vi sono corrispondenti centri di emigrazione che hanno più persone originarie di qualche comune campano o pugliese. Le grandi industrie dell’alta Italia hanno contribuito moltissimo ad ampliare questo fenomeno.

Tornando al discorso sui tifosi di squadre del nord, è giocoforza che la permanenza e la seconda generazione in tali paesi creino uno stuolo di appassionati della squadra del posto che va per la maggiore, in special modo Juventus, Milan e Inter che rappresentano quel senso di riscatto e di integrazione che macera chi è stato violentemente strappato dai luoghi natii.

I più fortunati vi ritornano a fine lavoro per sempre, se pensionati, o per lo meno ciclicamente (ferie estive o natalizie). Essi impersonano il paesano che ha avuto il coraggio di fuggire dai problemi locali e che a prescindere ha avuto successo, visti i sacrifici compiuti. Essi diventano un esempio per tutti quelli stanziali che sono insoddisfatti  e decidono di imitarli.  Prima ancora di trovare occupazione a nord, si sentono subito come gli emigrati sposando la loro fede calcistica.

Naturalmente non scelgono la squadra secondo l’importanza o le simpatie sportive, ma si adeguano alle scelte (obbligate) dei pionieri che in quel comune sono tutti della Juve, o del Milan  o dell’Inter. Quindi assolutamente nulla di sportivo in questa propensione ma solo una pedissequa riproduzione degli emigrati locali.

In altri termini, se un meridionale optasse autonomamente di diventare supporter ad esempio del Milan, ciò avrebbe una valenza. Ma lo scegliere l’Inter perché gli emigrati, poniamo  di Abbiategrasso,  lo fecero a suo tempo è veramente ridicolo.

Quindi alle più importanti considerazioni fatte a suo tempo va aggiunta questa. Il conformismo sportivo locale boccia ineluttabilmente la libertà di scegliere la squadra prediletta. In maggioranza stragrande da noi non esistono tifosi juventini, milanisti e interisti ma solo pecore belanti per tali squadre assolutamente intercambiabili se si fossero ritrovate dal gregge bianco-nero a quello nerazzurro! Il potere ovviamente gode di tutto ciò perché serve a dividere i meridionali che si contrappongono  in maniera acerrima sul calcio invece di riconoscersi solidalmente responsabili del baratro in cui sopravvivono e in quello ancora più orrendo in cui ci stanno facendo precipitare.

Inconsciamente i club orgogliosamente presenti a Torino e Milano dopo 800 Km di autostrada mostrano soltanto degli sbandati senza radici che sono convinti di differenziarsi dai loro concittadini di sangue e di integrarsi tra le ‘persone per bene’ di piazza San Carlo o Corso Napoleone.

Un tifo senza identità, né sociale né sportiva, condanna costoro ad essere dei veri zombi del calcio. Ossia un prodotto di scarto del mostro ‘mangiasud’ che da 156 ci dilania.

Vincenzo Gulì