Dalla rivoluzione francese in poi gli storiografi hanno avuto il compito di scrivere gli eventi storici secondo il fine desiderato dal potere economico che si stava consolidando e che avrebbe in seguito comandato il mondo. Una delle conquiste più importanti di tale potere riguarda il controllo dei mezzi di informazione, compresa la scuola. Ciò significa dare l’impronta di autorevolezza preordinata alla visione storiografica voluta relegando ogni critica, anche la più documentata, a dimensioni pressoché elitarie. In questa ottica, gli slogan risorgimentali come la maturità dei tempi per l’unificazione italiana, il grido di dolore delle genti del sud, la cacciata dello straniero, diventano parto leggendario di quella storiografia ufficiale, assolutamente insufficiente a chiarire fatti e misfatti dell’unità d’Italia. L’arbitrario apparato degli storici del regime vittorioso nel 1861 non regge decentemente davanti alla revisione in atto che mostra gli abitanti al di sotto del Tronto e del Garigliano appartenenti a una nazione che aveva un posto di grande rilevanza socio-economico-culturale alla metà dell’Ottocento: il Regno delle Due Sicilie.

Si va delineando sempre più nettamente il piano delle potenze mondiali, Inghilterra in testa, volto a distruggere quel regno borbonico che, partendo da posizioni ben diverse di quelle d’oltre Manica, rappresentava un concorrente tanto più agguerrito quanto meno omologato per i mercati internazionali. Basti pensare al monopolio dello zolfo (come l’odierno petrolio), alla flotta mercantile seconda praticamente a nessuno, all’autonomia per il possesso dei più recenti know-how, all’apertura di Suez con al centro dei traffici le Due Sicilie. Gli innumerevoli indici di prosperità erano comprovati dall’assoluta assenza di emigrazione e dalla consistente ricchezza in oro (oltre i 2/3 di quello dell’intera penisola italica) dei banchi nazionali (di Napoli e di Sicilia). Conquistare il regno di Napoli avrebbe eliminato per il futuro enormi problemi al capitalismo mondiale e, per il presente, avrebbe consentito di affondare le mani nei tesori bancari e di esperienza industriale ivi sovrabbondanti.

L’unificazione italiana, capeggiata dalla marionetta Piemonte, si può pertanto sintetizzare come un vero e proprio saccheggio del sud.

Il saccheggio iniziò immediatamente con la spoliazione del Banco di Sicilia prima e del banco di Napoli dopo fatta da Garibaldi senza rendicontazione e senza remore; proseguì con i prefetti piemontesi che drenarono soldi e cervelli per incrementare  i fattori capitale e lavoro specializzato nelle adolescenti o nascenti industrie settentrionali. Si stabilì allora un modus operandi del governo centrale caratterizzato da una politica antimeridionale, logica conseguenza di una campagna terrificante contro la cultura e la memoria storica degli ex duosiciliani che li additava come incivili, arretrati, inetti a produrre, inclini alla criminalità, analfabeti. Questa era la punizione che i conquistatori assegnavano al decennio di guerra civile, chiamata ad arte brigantaggio, che si era conclusa affogando nel sangue e nella miseria le popolazioni meridionali. Si inventò anche lo strascico di una poco argomentata questione meridionale (sedicente figlia addirittura dei secoli passati) che sarà il marchio affibbiato a tutto il Mezzogiorno. Si istituì, in altri termini, una sorta di mala abitudine a legiferare e governare contro il sud che contraddistinguerà tutti i governi da quelli sabaudi a quelli fascisti e poi a quelli repubblicani di centro, di destra e di sinistra.

I provvedimenti più importanti furono l’aumento esponenziale dei tributi (dai 5 borbonici essenzialmente diretti ai 37 sabaudi soprattutto indiretti!), la chiusura sistematica delle fabbriche (con i capireparto trasferiti a nord a insegnare il mestiere), gli incentivi all’emigrazione (che spopolò letteralmente il sud), l’abolizione degli istituti di emissione meridionali (dopo averli prosciugati delle riserve auree con la convertibilità solo delle loro banconote), la carta pressoché bianca concessa alla criminalità organizzata meridionale per angariare il residuo apparato produttivo locale (mantenendo le promesse risorgimentali per l’aiuto chiesto e ottenuto all’invasione).

Il Regno di Sardegna era divenuto solo formalmente Regno d’Italia mantenendo organigrammi e capo dello stato uguali; lo stesso re si continuò a chiamare Vittorio Emanuele II senza mutare l’ordinale dimostrando così che si trattava di conquista e non di unificazione.

I primi governi italo-piemontesi furono connotati da un forte accentramento burocratico che determinò un effetto fondamentale: i tributi affluivano alla capitale che poi li distribuiva secondo i servizi pubblici erogati. Naturalmente pagavano di più le province più abbienti perché meno tartassate prima, cioè quelle meridionali, spostando il flusso di denaro in quelle letteralmente affamate del nord, in termini di servizi e investimenti statali. Fu un ulteriore enorme saccheggio sistematico e a lungo termine che salassò talmente il disgraziato Mezzogiorno da inibirgli, per tutto il suo futuro sino ad oggi, qualsiasi possibilità di ripresa economica.

Il saccheggio del sud è stato il “regalo” più tangibile e indiscutibile che dobbiamo tener ben presente al veniente centocinquantenario dell’unità d’Italia.

 

Vincenzo Gulì